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SongForNico, 37

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Mi collego da una nota stonata




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"Esplodete, se così vi garba, irradiatevi in frecce infinite, prodigatevi, scialacquate, buttatevi via: io implodo, crollo dentro l’abisso di me stesso, verso il mio centro sepolto, infinitamente."


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Italia, una nota stonata

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Italiano

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Un Passo Indietro

 

 

Si lasciano tracce di sé, anche senza volerlo. E questo è un lusso che consente di tornare indietro in alcuni momenti, e misurarsi coi confini, le rimostranze, ogni punto che resiste e che cede se lo si preme forte: le cose si sciupano anche soltanto con l’insistere del tempo. Ma lo fanno prima, sotto il peso dell’abbandono. Viverle significa dare loro nuova vita, anche quando sono rotte, ammaccate, sfinite. Qualche giorno fa mi sono ricordata che esisto. Mi sono sorpresa per un gesto semplice, e mi è caduto addosso tutto il peso di un’assenza prolungata, delle mie mille fortezze, della compostezza solo apparente, che mi costa troppe frane che nessuno vede mai. Mi sono fatta tanto fragile da professarmi forte agli occhi di chi non sa. Da convincermi che in me è tutto talmente sbagliato, fino a non potermi ammettere se non col desiderio di sparire, ingoiato a denti stretti mentre sorrido.

I sorrisi del resto, non sono mai uguali. Ci sono quelli da “io non ho bisogno di nessuno”. Quelli da “certo che sono portata per i lavori di gruppo. Sono una leader nata!”. Esistono i sorrisi tra sconosciuti, pratica in via di estinzione; e i sorrisi maliziosi, di intesa, o dolorosi. Esiste il ghigno che un po’ di più e tanto di meno, al contempo. Il sorriso ad occhi chiusi che si deve alle cose buone, a chi gode, a chi finalmente può dirsi a casa. E il sorriso che si sente e non si vede: quello delle chiacchierate al telefono con chi si vede poco, pochissimo. E che nel mio caso coincide con chi mi ha salvato un pezzo di vita morta, inesistente, fredda e chiusa, in continua apnea. E neppure lo sa.

Ho fatto un passo indietro ed eccomi qui.

 

Non c’è niente di uguale, in me. Non c’è proprio niente di diverso.

 

 

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Postato Mercoled 12 Dicembre 2018 - Ore 19:22 | Commenti (3)


Metamorfosi

 

È passato un po’ di tempo, e non me ne sono accorta. Tempo pieno e differente rispetto alle ore vissute incollata ai miei demoni, e ai modi in cui mi ostinavo a non vivere e a voler vivere sempre, al contempo e per costante negazione. A forza di negarmi a me stessa, mi sono fatta somma: un pezzetto, più un pezzetto, e alla fine, pure venendo meno in molti punti, eccomi: sono una, intera e sfaccettata, sempre spaurita ma in pieno movimento. Non è forse una danza, una malia, una nota da lasciar vibrare, anche il ripensamento?

 

Vorrei sottrarmi a certe cose, sottrarmi ed essere trovata. Qualcuno lo sa fare, ed io lo guardo con occhi infinitamente grati e morbidi: so che li saprà vedere. Nell’elenco delle cose che mi mancano, forse non ci sono più. Forse manco io. Ma che fatica immensa, tutto quanto, e il mio tormento resta: è dolce, sottile, e persiste. È un rumore in sottofondo, una coltre. È identità. Non è vero che non mi importa del pensiero altrui. E non è vero, non lo è assolutamente, che questo mi fermerà. Sono una piccola cosa cocciuta, piena di un sentimento a scelta tra i molti possibili, nei giorni che vanno e in quelli che restano nel ricordo, nell’esperienza e nella carne. Sono. Sono. Quale incredibile novità.

 

Postato Marted 23 Gennaio 2018 - Ore 11:56 | Commenti (17)


Le piccole cose.

 

Ho idea che i braccialetti da annodare al polso coi desideri da rimarcare bene ad ogni nodo, realizzino davvero le voglie affidate a quel gesto lieve. È un’alchimia semplice: crescendo, il desiderio si ridimensiona. Ciò non significa che diventi più piccolo o triste, solo ben mirato, concreto, necessario: se ci si incastra bene, desideri e tempi giusti fanno di un braccialetto, un promemoria.

Io ne ho uno al polso sinistro da (4?5?) anni. Dà pochi segni di cedimento, sarà che c’è ancora tanto da fare perciò resiste. Come da tradizione non svelerò il messaggio nascosto ma: io voglio stare bene, che cosa ovvia. Il che non vuol dire che mi aspetti unicorni e tinte rosa pastello. Voglio pure il buio, voglio la foschia, l’amaro e il dolce, la carezza e la stretta di chi sa agguantare. Voglio vivere, più di quanto abbia fatto mai. E allora mi metto buona-buona a tremare, quando mi capita, ma avanzo, in qualche modo. E un passo dopo l’altro mi trovo in mezzo a dei progetti che non sapevo nemmeno di volere. Troppe volte vorrei che non mi si vedesse neppure, e riesco bene a camuffarmi: chi passa in fretta è preso da altre cose e non ha mica l’attenzione buona per guardare bene. In cambio io offro un’apparenza che non necessita di troppe cure: ho gli occhi di chi sa farcela da sola, fino a che non mi si osserva da vicino. Mi basta dare tempo al tempo e fretta a chi fretta ha. Mi lascio catturare dalla calma di un gesto dedicato, dal tempo che passa in fretta in buona compagnia, pure davanti ad una semplice, odorosa, tazzina di caffè.

Tipo stamattina, una cosa incredibile: avrò avuto d’improvviso tredici anni, quattordici al massimo. Arriva questo qui, barbuto, alto e imbarazzato come me. Parliamo, parliamo, parliamo, un poco mi tremano le mani: “ma cosa vuoi che sia, io?”, penso. Un refolo di vento mi sfiora la nuca (che belle mani, ha). Da quanto tempo non mi concedevo un gesto piccolo così? Bisognerebbe svelare retroscena che nulla hanno di accattivante: sono un’anima sperduta come molti, che a volte vive le cose con impeto pari a quello delle donne-da-romanzo che tanto ha amato. Quelle a metà tra le tinte glaciali e quelle rosa-ma-non-troppo, se no mi annoio. Sono immaginaria a tratti e fin troppo reale, limitata. Sono una fifona. Sono un cumulo di difetti, una cosa approssimativa, ma l’uomo barbuto, ragazzi. Ero lì e mi dicevo “ora lo bacio”. E invece no, non era il momento. C’era uno che cantava, ed era pure stonato. Macchine, davvero troppe. Un fascio di sole tipo occhio di bue, a centrarmi la fronte e un pensiero ricorrente: nonfarmisudare, nonfarmisudare, nonfarmisudare. Che cosa insulsa. Altro che pensieri scomposti, accaldati, pure eleganti, suvvia. Niente.

È stato poco, magari non sarà altro che questo: una mattinata quieta, piena di piccole confidenze, e un attimo di esitazione subito prima di andare per le nostre strade. Esitazione sorridente, silenziosa, che correva di occhi in occhi. Non è niente, lo so, ma per una manciata di istanti è stato il mio tutto: il punto di risalita, il battito un poco più forte, l’aria frizzante e il sollievo dopo tanto dolore. Nulla è ancora passato, ma se da qui si continua e si ricomincia, io direi che posso farcela.

 

 

Postato Luned 04 Settembre 2017 - Ore 20:53 | Commenti (37)



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