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MrKlein

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Ultimo avvistamento: 3 settimane fa
Ho 0 anni. Mi collego da Roma

Cammina leggera perché cammini sopra i miei sogni.
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IL MINIBLOG DI MrKlein

CHIARO DI LUNA


“Che cos’è l’erba? Mi chiese un bambino portandomene a piene mani; come potevo rispondergli? Non so meglio di lui che cosa sia”. Ho sognato. Distante. Lo chiamano l’abbaglio splendente. C’era l’oceano e una spiaggia. Una spiaggia di quelle in cui ti trovi guadato da una falda di sabbia e acqua amarognola. E sono lì, a guardare la palude, i granelli disegnati di bianco fra me e il mio respiro. C’è una poltiglia appiccicosa e liscia che mi copre le gambe, l’acqua è temperata; mi sdraio a ventre in giù, contemplando lo spazio e la sabbia canuta, e tutto rassomiglia ad una specchiera antica. Tutto è bagliore, bagliore e bagliore. E quiete. Nulla di anomalo. Fino a quando avverto la separazione, quella insopportabile quella che ti si insinua dentro, dalla locusta che stride, alle pagine di un libro che sfogli. Una crepa che mostra ciò che non esiste più. Bazzecole, futilità, sciocchezze. Il nulla, realmente. Quel nulla che vive se non all'interno di quei ricordi. Che cede e crolla, come la concrezione di una ferita, con quella epidermide tirata, affusolata, rosata, che se la sfiori è friabile. Malinconia, probabilmente. La scruti, la puoi accarezzare perché confeziona dolcezza, perché capisci che se la sfiori non provi più dolore, ma è corporea e sfuggi di torturare. Ho sognato. Mentre i giorni, i mesi, transitano, proteso sempre in quell’ amarognolo acquitrino residuo e bislungo che è la vita. Scottante, smettendo di allenarmi. Perché vi è bagliore e desiderio di osservare, di slacciare lo sguardo. Ho sognato. Sereno e sofferente, di una rilevanza indefinibile: come quando comprendi. Ecco che istantaneamente alcune cose adorate, certi superbi frammenti di un amore, le frasi, i suoni, i sospiri, i giuramenti, le chiamate, i simposi, i pranzi, gli spazi, i messaggi, le lingue intrecciate e bagnate, le angosce, le prese, i pianti, le astenie, le dita fredde; Roma, i libri, i profumi, le frottole, io, te, lui, divengono inezie. Non li senti, non li ometti, sono piccole pietre appuntite, abbandonate in uno scomparto che non apri più. E allora ho allentato le palpebre, snodando le sopracciglia come se uno schizzo di luce mi fosse penetrato nella pupilla, dilatandone la membrana oculare. Lo avverto con una trasparenza che non ho in nessuna occasione avvalorato. Circolarmente. Con i suoi numerosissimi riflessi proiettati, dove l’acqua dell’oceano e i granelli di sabbia sono di un bagliore sfolgorante, mentre io osservo la luce trattenermi il viso. Ho sognato. Esamino indiviso e privo di increspature la lucentezza di quella illusione onirica. Ma non è nemmeno questo. Perché non so descrivere bene quello che provo. Però, se dovessi dichiarare di che consistenza sono, mi estenderei nel Bleu. Pienamente, totalmente, universalmente nel bleu. Intimamente. E prosciugato.
Postato Mercoled 06 Marzo 2019 - Ore 14:59 | Commenti (1)    


Il Canone di Pachelbel


“Quella notte mi resi conto di essere un cacciatore di parole. Ero nato per quello. Sarebbe stata la regola di stare con gli altri. Cosi non sarebbero morte del tutto le cose e le persone che avevo amato”. Mia nonna era una “blasonata”. La ricordo ancora anziana e sfarzosa, mentre da bambino mi portano nella sua casa a piazza Capo di Ferro e, nonostante il caldo opprimente e i cinque piani che dovevi fare a piedi per arrivare a casa sua, non ti offriva neppure un rivolo d’acqua. Anche quando lo chiedevi garbatamente. Ti guardava sorpresa con quel suo sorriso affascinante sentenziando che era meglio non bere, perché negli acquedotti utilizzavano l’arsenico e che le tubature erano solo veicoli di microrganismi in cui le pantegane ci sguazzavano. Così, imprigionato in quelle poltroncine di velours cremisi, orlate d’oro, agonizzavo interi pomeriggi domenicali all’auscultazione delle sue interminabili omelie postelegrafoniche. Mia nonna era persuasa che tutti, al mondo, derubassero il prossimo. Che tutti i suoi parenti volessero spazzolare via le sue sostanze. E poi c’era Carlo, il suo maggiordomo. Un novantenne italopartenopeo che ormeggiava mirabilmente tra il salone e le cucine e che quotidianamente ripeteva, anche il 15 di agosto, di accendere i riscaldamenti perché faceva freddo, Però ammetto che, madama la marchesa, riusciva ad impressionarmi con le sue stranezze raffinate, prendendo a prestito frasi di Flaubert o Stendhal. Citando Wilde o Baudelaire, filosofeggiando Schopenhauer. Oppure quando affermava che le donne non desideravano mai sapere come andava a finire una storia d’ammore, perché una volta iniziata non avevano mai intenzione di terminarla. La vegliarda aveva il suo fascino, fumando e bevendo infischiandosene di certe convenzioni, criticando il sistema e l’aristocrazia e certi pidocchi rifatti. Asserendo che Roma era un insediamento di cow boy, dove il ceto medio era solo ordinario, banale e grasso. Valeva anche per mio padre. Per lei, banale e borghese, visto che aveva condiviso la sua vita con una borghese. Solo ora, dopo moltissimi anni ho compreso che, in fondo, parlava così non perché era una snob del cazzo, ma perché per lei quella era la legge. La sua legge. Indiscutibile, scontata, ovvia. Lo statuto che le avevano trasposto da piccola. Chiusa in quel mondo antico, mentre pontificava all'interno della sua compostezza ampollosa, l’idea di rettitudine incominciava e si chiudeva con lei. Ed è attraverso questa sua trasposizione dell’irreale che io svestivo, con respirazioni improvvise, l’esistenza reale. L’esistenza del bambino che si mutuava. A volte irritandola perfidamente. Come quando le chiedevo di parlarmi del marito, mio nonno, che non avevo mai conosciuto. Incominciava a tremare. Quegli occhi vivi, verdi, si saturavano in gocce di pianto bistrato. E struggendosi come la Magnani, almanaccava sullo sposo defunto. Le mancava il marito e le mancava in tutti i sensi. E la svelleva questa lacerazione che non si era mai cicatrizzata. Consapevolmente, lucidamente, la usavo come un’arma per smantellarmi da quella uggiosa monotonia, per librarmi in volo dalla finestra verso la via, dove si intravedano tutti quei saloni intrappolati l’uno all'interno dell’altro e privi di ingresso, invidiando i miei coetanei che si divertivano a bucare le gomme delle macchine. Come era diverso il mondo. Disgiunto da milioni di epoche da ciò che dopo sarebbe divenuto. Una indivisa semplicità e una immediatezza che è andata a farsi fottere. E quando riguardo me stesso in quella abitazione è come se guardassi un estraneo. Un' altro tempo. Un’altra vita. Mia nonna morì per intossicazione acuta da acqua. Non andai al suo funerale. Non le avevo mai voluto bene. Dentro di me sapevo, inequivocabilmente, che per lei era la stessa cosa. Mi aveva accettato solo per dovere sociale. Come biensèances imponeva.
Postato Mercoled 20 Febbraio 2019 - Ore 13:40 | Commenti (3)    


Il marchese La Fayette ritorna dall’America importando la rivoluzione e un cappe


Sabato sono andato al funerale di Riccardo. La chiesa era affollata. Familiari e compagni sopravvissuti. La bandiera, la sciabola, il capello rigido sulla bara. Il vescovo opaco nel suo officiare, senza una rilevante nota di condivisione. In fondo andarsene a novanta anni non è poi un evento così drammatico. Due giovani ragazzotti, in alta uniforme, inviati a leggere parole affettuose, ad affermare una percezione dell’esistenza, quasi sovrastante di chi ha vissuto con loro, testimoniando l’affetto e i valori che ha creduto di trasmettere. Come sempre sono arrivato in ritardo. Tartagliato nell’ abituale fenditura che ingoia e fa dissolvere ogni giro del mio tempo. Il vecchio si era sposato due volte (che coincidenza). La prima era morta in un incidente d’auto. L’ultima era mia zia. Morta pure lei, ma di cancro. La cassa è stata chiusa dentro una celletta, comperata tempo prima e messa vicino alla prima moglie. Mia zia, invece, un gradino più sopra, a destra. Mi sono guardato intorno e mi sono sentito vecchio con tutti e tra tutti i vecchi, mentre tutto si racchiudeva in una quiete, mentre trasparivamo indivisi e circostanti vicino quel feretro, con lo sguardo disperso di chi ha un’esistenza che non conosce il futuro. Perché il tutto, per origine, non fluisce mai. Il tutto quando è reale, resta li, con te in qualche posto. Tra un paio di giorni ci saranno i documenti, il notaio, il lascito, i congiunti diretti che occorre interpellare, i gioielli e l’anello di famiglia. Riccardo non aveva prole. Io invece si. Lui ha ultimato il suo dovere di essere umano al servizio dello stato al servizio del suo io. Dell’uomo sono rimaste cose superflue e qualche risparmio. Del soldato un copricapo ed una sciabola con l’impugnatura di madreperla. Di me rimarranno i miei figli che se vorranno, lasceranno altri figli, cose superflue e denari e pistole e fucili. Ed una sciabola con l’impugnatura di madreperla.
Postato Gioved 31 Gennaio 2019 - Ore 14:09 | Commenti (3)    


La solitutdine dei numeri primi


Ho fatto un viaggio. Prima però ho vomitato. E’ sempre così quando inizio un viaggio, oppure quando vado in un posto. Un posto che fa umanità e dove tutti hanno una busta. Una busta di dolore, che persiste sleale, senza sospensioni. Senza recipienti abbastanza capaci per accogliere certe percezioni, sentendoti disperso mentre inclini la testa alla ricerca dei tuoi odori. Come consolazione di poter respirare in silenzio, tra le mattine bastonate, inseguendo il torpore dei sogni, in attesa di infilarti tra le ferite che chiudono il giorno. E’ sempre così quando inizio un viaggio oppure vado in un posto. Forse perché mi perdo nell’odore del sangue o in una domenica di gennaio, nel dolore degli altri. Come ci si perde in un pioppo dentro un eternità di agosto. Nell’erba bruciata dal sole. Fra le schegge dell’aria umida che divide i giorni e non esige movimenti. Solo giuramenti che nuotano a galla sulle quelle labbra strinate, mentre sei dappertutto e in nessun posto. Fino al momento in cui apri gli occhi e ammazzano un cristo, ritrovandoti in un corpo spini di riccio ed un serto di aghi. Tutto questo per un’eternità sterile, da ripetere ogni ora su questa terra e bruciare senza voce. Crudo di parole. Tutto questo finché il pulviscolo non ci dividerà, anche se non hai nemmeno quarant’anni e gli occhi belli senza il trucco. Oggi mi sono lavato nel sangue. Il sangue non sporca mai.
Postato Venerd 11 Gennaio 2019 - Ore 15:21 | Commenti (3)    


Unplugged


 

La distrazione è la più grande invenzione dell’uomo per andare avanti. Per simulare quello che non siamo. Perfetti per questo pianeta. Avevo deciso di andare in vacanza. La scelta era ricaduta in un luogo dove i miei, abitualmente, passavano l’estate. Avevo, perfino, stabilito un topic su cui impegnarmi.  Aspiravo ad una ricerca intima, misurata. L’ho chiamata “Alla ricerca della misura perduta”. Da qui la predilezione di bandire feste inebrianti, fumi alterati, piste bianche, liquori scozzesi e donne socievoli (quest’ultime allontanate anche quando non sono in vacanza). Insomma solo il nulla eufuistico. Scabro sì, ma spirituale. Ma ecco che, giuda ballerino, appena arrivato a destinazione, potevo già sfiorare tutta la mia insufficienza. Incredulo come un calamaro steso al sole, davanti a me, un agglomerato di gitanti di moderna concezione, galleggiavano da una strada all’altra, vanagloriosi e grossolani, abbigliati da una uguale e circoscritta pienezza: la cafonaggine.  Tutta una competizione. Un campionato di serie B, ma pure di C1,C2 e Lega dilettanti, su chi conosceva questo, quello o quell'altro. Su chi bazzicava i locali più esclusivi. Un'arroganza, che alla mia età, non puoi più identificare come il sigillo del piacere. In conclusione avevo individuato tutta una disinvoltura di sballati da benzoilmetilecgonina che avevano da poco finito di segarsi con le mani. Una voracità da svago zotico, una calcolata percezione di burrascoso che non crea burrasche. Ma non è periodo da porsi interrogativi così inoltrati, dal momento che è una vita che faccio della mia mancanza di ideali, di passioni e via discorrendo, la mia più autorevole conoscenza intellettuale. Però non avendo mai rinunciato al trono dell’inviolabile percezione emotiva (apri le porte, chiudi le porte),  non ci ho pensato un istante.  Ho chiamato il tassinaro e me sono andato all’aeroporto. Destinazione Roma, paradiso città. La mia presenza in quel luogo era durata esattamente quattro ore e trentasette minuti. Un gesto doveroso, un atto necessario, un affermazione del mio io affrancato, che mi ha obbligato, durante il rientro, ad infilarmi il pigiama della malinconia. Sono germogliato e successivamente sbocciato in quel paese cristallino e incorrotto. Un luogo in cui i vigili una volta, riuscivano a disciplinare un traffico immaginario. Ora mi era insostenibile guardare gli ebreniaci mimetizzati da imprecisate spore ischio rettali che non possedevano minimamente quello che ci avrebbe potuto associare: il silenzio dell’emozione sospesa. Perché una cosa è inconfutabile, l’uomo deve saper segnare i limiti estesi della simulazione, giusto per rallentare la produzione intimistica allo sdrucciolevole colare della melma rinsecchita.

 

Postato Gioved 05 Aprile 2018 - Ore 14:17 | Commenti (17)    


Pensavo che non l'avresti mai indovinato... La mia preferita,cioccolata calda.


Mi chiamo Mr. Klein.

Mi piace ascoltare, mi piace leggere. Qualche volta scrivere, anche se a capire sono solo io. Mi piacciono quelli che combattono, che bruciano di passioni, che danno la vita per i loro ideali.

Io no.  Non concludo mai. Perché sono privo di passioni e di vanità.  Anche se tutti pensano che io sia immodesto e lussurioso. Ma la verità è che i vanitosi, quelli veri, simulano. Perché non possiedono alcuna aspirazione, devono solo discolparsi della loro presenza su questa terra. In fondo, la vanità è mancanza di desiderio.

Mi chiamo Mr. Klein. Ma questo l’ho già detto, forse perché non so cosa dire.

A dieci anni ho visto mio padre andare via di casa, per poi fare ritorno l’anno dopo. Accolto da mia madre come un re.  In quel periodo di tempo intercorso non ho mai sentito la sua mancanza. Nemmeno ora.

Ho provato anche a rivelare un certo dolore.  Ma non quello che ti trascini dentro, parlo di quello reale, che non ha prezzo. A volte ci penso, anche se è difficilissimo. Perché il dolore ti insegue e, per quanto superficialmente privo di significato, non riesci a liberartene.

Ed è per questo motivo, forse, che non ho mai accettato me stesso attraverso le relazioni con le donne. Perché, fondamentalmente, le donne mi sono interessate solo in una certa dimensione. O forse perché volevano cambiarmi, volevano comprendermi, per poi abbandonarmi. Senza presupposti. Donne possedute dalla gelosia, sorrette nell’enorme mansione di accettare loro stesse. Di tonificare l’io perennemente zoppicante, disorientato. Eppure, nel profondo della mia negligenza, sono stato sempre felice quando sono stato, poi, furiosamente lasciato.

Tutto questo fino a quando non incontrato Lei. Che mi ha fatto innamorare. Perdutamente. Staccandomi dallo stordimento del dormiveglia, dalla svogliatezza, dalla noncuranza, dall’ indifferenza passiva per qualunque essere umano. Si perché noi, entità umane, ci innamoriamo. E come se non bastasse, lo realizziamo in situazioni impenetrabili, impensabili, con personalità o individui che fino ad un momento prima svolazzavano astrattamente nel nostro individuale principato del cazzo.

Oggi, mia cara principessa, ti dirò una cosa.  Domani verrò da Te, profumato di me, in questo inverno che non elargisce niente. Suonerò il citofono di casa tua. Anche se ho il cuore basso e non ci arriva. E ti converrà aprirmi, perché ti chiederò scusa, per ieri. Così potrai restare sbottonata, disarmata, arrendevole. Senza dubbi da addentare, incertezze da strappare. Dove tu sarai in me ed io in te. Senza limiti, rigirando la mia vita tra le tue dita. Tutto questo si chiama fede, ed è davanti all’amore.

Sono Klein, solo per i benevoli. Per te sono… lo sai benissimo chi sono.

 

Postato Luned 12 Marzo 2018 - Ore 16:13 | Commenti (34)    


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